Avevo scritto una poesia sulla neve e su quanto quest'ultima renda tutto più candido e pulito. Mi sentivo felice e in pace con il mondo. Ero felice come un bimbo. Ma poi l'ho riletta da sobria e mi sono accorta che è veramente imbarazzante. E mi sono accorta anche di non aver mai pubblicato una riflessione fatta un po' di tempo fa dopo una discussione avuta con mio padre. Quindi eccola, direttamente dalla me di due mesi fa.
Meglio tardi che mai.
Noi italiani abbiamo sempre trovato il modo di cavarcela grazie alla nostra capacità di "cambiare bandiera" quando la situazione cominciava a farsi buia. In termini più gentili si potrebbe dire che abbiamo una grande capacità di adattamento, una propensione al "trasformismo", un'ottima abilità nell'analizzare le situazioni e altrettanto ottimi riflessi. Insomma, siamo un popolo che "sa stare al mondo", come si dice. Un popolo in grado di cacciarsi nelle situazioni peggiori e comunque, in qualche modo, bene o male, di venirne fuori.
Ma a che prezzo?
Il prezzo è un imbarazzante relativismo morale.
Il prezzo è che siamo tutti, allo stesso tempo, santi e assassini, eroi e farabutti, combattenti per la patria e traditori.
Così l'Italia è al tempo stesso il "partigiano traditore", ma anche il "fascista traditore". Entrambi traditori, di cosa esattamente non lo sa nessuno.
Perché se il "giusto" sta chiaramente "dalla parte" del partigiano, altrettanto vero è che il termine partigiano raccoglie al suo interno una molteplicità di idee, di aspirazioni, di progetti, di debolezze anche. La base comune è l'antifascismo e la lotta per la Liberazione, ma poi le sfaccettature sono infinite. Non dimentichiamoci, ad esempio, che i fascisti della prima ora sono diventati poi, in molti casi, gli antifascisti dell'ultima. Se a muoverli sia stata la paura, un calcolo di convenienza o una sincera presa di coscienza è difficile stabilirlo. E non dimentichiamoci nemmeno che gli eroi partigiani, in molti casi, alla fine della guerra, si lasciarono andare a violente e a vendette contro coloro che durante gli anni del regime avevano, più o meno con convinzione e buonafede, appoggiato il duce.
Non mancano ovviamente i casi di personaggi integerrimi, come ad esempio Emiliano Rinaldini, nell'ordine cristiano, maestro e partigiano, che aveva fatto del servizio agli altri la sua missione e che il 27 luglio del 1943, all'indomani dell'arresto di Mussolini e della caduta del fascismo scriveva:
"Dobbiamo essere contenti dell'accaduto, ma dobbiamo pur guardare realisticamente a quello che ci resta da fare. Il lavoro da fare è enorme. Riuniamo le nostre forze con lo spirito cristiano d'unità e attendiamo gli ordini. Sentiamo la responsabilità del momento, la responsabilità assunta in questa libertà. Non allontaniamoci, non andiamo in vacanza, per essere poi ancora una volta desiderati assenti. Siamo col popolo se manifesta idee buone."
Non andiamo in vacanza.
Siamo col popolo se manifesta idee buone.
Ci ha detto tutto, tutto quello che serve sapere per costruire uno Stato decente.
Partecipazione e capacità critica. Basta indifferenza, basta populismo.
Dopo settant'anni non l'abbiamo ancora capito.
Mi fa male pensare queste cose, mi fa male parlare con mio padre, che crede che l'unica soluzione per "noi giovani" sia lasciare questo Paese e andare all'estero. E non è l'unico a pensarlo. E avranno anche ragione.
Ma non riesco a darmi per vinta. Anche se non so quale sia il modo per risolvere la cosa.
Forse uno è cominciare a crederci, convincersi che abbandonando la nave che affonda forse salveremo noi stessi, ma di certo non potremo impedire che quella nave si inabissi.
E a questo punto le cose si fanno abbastanza semplici.
La domanda da porsi è solo una:
"Mi accontento di salvare me stesso, sono soddisfatto così, oppure credo che non mi serva a nulla la felicità personale se non so condividerla con gli altri e se non so fare in modo che anche gli altri la possano raggiungere?"
P.S. E non si tratta di mettersi la coscienza a posto con l'elemosina, le opere pie o il volontariato.
Si tratta di creare le condizioni affinché il benessere tanto osannato sia effettivamente raggiungibile da tutti. Altrimenti è solo pubblicità, sono solo parole a vanvera. E fra altri settant'anni il discorso sarà sempre questo.
E a quel punto chi si azzarderà a parlare di progresso dovrà essere imprigionato per calunnie e sfruttamento della credulità popolare.
martedì 18 dicembre 2012
mercoledì 28 novembre 2012
L'Ultima Thule
Io che ho doppiato tre volte Capo Horn
e ho navigato sette volte i sette mari
e ho visto mostri ed animali rari,
l'anfesibena, le sirene, l'unicorno.
Io che tornavo fiero ad ogni porto
dopo una lotta, dopo l'arrembaggio,
non son più quello e non ho più il coraggio
di veleggiare su un vascello morto.
Dov'è la ciurma che mi accompagnava
e assecondava ogni ribalderia?
Dove la orza che ci circondava?
Ora si è spenta ormai, sparita via.
Guardo le vele pendere afflosciate
con i cordami a penzolar nel vuoto,
che sbatton lenti contro le murate
con un moto continuo, senza scopo.
E vedo in aria un'insensata danza
di strani uccelli contro il cielo bigio
cantare un canto in questo mondo grigio
un canto sordo ormai, senza speranza.
E qui da solo penso al mio passato,
vado a ritroso e frugo la mia vita,
una saga smarrita ed infinita
di quel che ho fatto, di quello che è stato.
Le verità non vere in cui credevo
scoppiavano spargendosi d'intorno,
ma altre ne avevo e giorno dopo giorno
se morivo più forse rinascevo.
E ora son solo e non ho più il conforto
di amici andati e sempre più mi assale
la noia a vuotar l'ultimo boccale
come un pensiero che mi si è ritorto.
Ma ancora farò vela e patirò
io da solo, e anche se sfinito,
la prua indirizzo verso l'infinito
che prima o poi, lo so, raggiungerò.
L'Ultima Thule attende al Nord estremo,
regno di ghiaccio eterno, senza vita,
e lassù questa mia sarà finita
nel freddo dove tutti finiremo.
L'Ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un'ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo.
Di me e della mia nave anche il ricordo.
Francesco Guccini
e ho navigato sette volte i sette mari
e ho visto mostri ed animali rari,
l'anfesibena, le sirene, l'unicorno.
Io che tornavo fiero ad ogni porto
dopo una lotta, dopo l'arrembaggio,
non son più quello e non ho più il coraggio
di veleggiare su un vascello morto.
Dov'è la ciurma che mi accompagnava
e assecondava ogni ribalderia?
Dove la orza che ci circondava?
Ora si è spenta ormai, sparita via.
Guardo le vele pendere afflosciate
con i cordami a penzolar nel vuoto,
che sbatton lenti contro le murate
con un moto continuo, senza scopo.
E vedo in aria un'insensata danza
di strani uccelli contro il cielo bigio
cantare un canto in questo mondo grigio
un canto sordo ormai, senza speranza.
E qui da solo penso al mio passato,
vado a ritroso e frugo la mia vita,
una saga smarrita ed infinita
di quel che ho fatto, di quello che è stato.
Le verità non vere in cui credevo
scoppiavano spargendosi d'intorno,
ma altre ne avevo e giorno dopo giorno
se morivo più forse rinascevo.
E ora son solo e non ho più il conforto
di amici andati e sempre più mi assale
la noia a vuotar l'ultimo boccale
come un pensiero che mi si è ritorto.
Ma ancora farò vela e patirò
io da solo, e anche se sfinito,
la prua indirizzo verso l'infinito
che prima o poi, lo so, raggiungerò.
L'Ultima Thule attende al Nord estremo,
regno di ghiaccio eterno, senza vita,
e lassù questa mia sarà finita
nel freddo dove tutti finiremo.
L'Ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un'ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo.
Di me e della mia nave anche il ricordo.
Francesco Guccini
sabato 3 novembre 2012
Non capisco mai se sono io a non saper parlare o se sono gli altri a non essere in grado di capirmi.
Forse non so spiegarmi.
Con tutta probabilità, però, il problema è che ognuno è cieco a tutto tranne che alle sue ragioni.
E così passiamo le nostre giornate a scontrarci, a urtarci, a pestarci i piedi. Anche senza cattiveria, non siamo in grado di comprendere le ragioni dell'altro.
Ma la comprensione è qualcosa che appartiene all'amore. Era evidente e chiaro fin dal principio, quindi, che non potesse essere nostra.
Forse non so spiegarmi.
Con tutta probabilità, però, il problema è che ognuno è cieco a tutto tranne che alle sue ragioni.
E così passiamo le nostre giornate a scontrarci, a urtarci, a pestarci i piedi. Anche senza cattiveria, non siamo in grado di comprendere le ragioni dell'altro.
Ma la comprensione è qualcosa che appartiene all'amore. Era evidente e chiaro fin dal principio, quindi, che non potesse essere nostra.
sabato 6 ottobre 2012
mercoledì 26 settembre 2012
Le grandi abitudini dimenticate
Quando andavo all'asilo mia mamma tutte le mattine metteva nella tasca del mio grembiulino un fazzoletto di stoffa. Oggi ho aperto l'armadio della mia vecchia camera e ho trovato la scatola di cartone in cui erano conservati tutti quei fazzoletti colorati, sempre ricoperta dalla stessa carta da regalo rosa di un tempo.
Mi ha ricordato che le nostre giornate sono attraversate da consuetudini che il tempo trasforma. Quel fazzoletto nella tasca era un quadrato di casa che mi seguiva all'asilo, che rimaneva sempre a portata di mano, al sicuro nella tasca.
Non uso quei fazzoletti da anni, sono stati sostituiti da quelli di carta, più pratici e igienici. Ma rivedere quella scatola, con quei quadrati di stoffa colorata ben piegati, è stato come scoprire che, senza rendermene conto, ho lasciato dietro di me molto più di quando io non creda.
Crescere è strano.
Mi ha ricordato che le nostre giornate sono attraversate da consuetudini che il tempo trasforma. Quel fazzoletto nella tasca era un quadrato di casa che mi seguiva all'asilo, che rimaneva sempre a portata di mano, al sicuro nella tasca.
Non uso quei fazzoletti da anni, sono stati sostituiti da quelli di carta, più pratici e igienici. Ma rivedere quella scatola, con quei quadrati di stoffa colorata ben piegati, è stato come scoprire che, senza rendermene conto, ho lasciato dietro di me molto più di quando io non creda.
Crescere è strano.
martedì 25 settembre 2012
Ho in tasca un amore
Ho in tasca un amore
lo stringo nella mia mano
me lo rigiro fra le dita
ci gioco e lo accarezzo.
Lo immagino mio
invento un futuro
io, che temo il domani
più della morte stessa,
progetto un divenire.
Ma mai che riesca
a trovare il coraggio
di estrarlo, di esporlo
alla luce e alle ombre di questo mondo,
che sembra poter accettare tutto
all'infuori di un amore.
lo stringo nella mia mano
me lo rigiro fra le dita
ci gioco e lo accarezzo.
Lo immagino mio
invento un futuro
io, che temo il domani
più della morte stessa,
progetto un divenire.
Ma mai che riesca
a trovare il coraggio
di estrarlo, di esporlo
alla luce e alle ombre di questo mondo,
che sembra poter accettare tutto
all'infuori di un amore.
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